martedì 21 dicembre 2010

El timbre.

Me han robado el timbre. Digo: el timbre, digo: el timbre de mi bici, quiero decir: el complemento más cutre de mi bici – que ya de por sí es muy cutre (y por esto yo la quiero).

¿Por qué el timbre, qué se harán de un timbre, de ese timbre: gris, oxidado, feo?

Me di cuenta de que me lo habían robado hoy por la tarde, cuando al volver a casa desde el trabajo pasé por el camino de la playa como hago muchas veces.
Iba por el carril bici, feliz de la vida, cuando vi a unos veinte metros delante mío a un peatón que también se paseaba por el carril bici, también feliz de la vida. Después de un breve pero intenso debate interior – ¿lo atropello o le toco el timbre, lo atropello o le toco el timbre, lo atropello o le toco el timbre? - decidí proceder por las vías legales y tocarle el timbre. Lo busqué con los dedos de la mano pues, sin quitarle los ojos de encima al peatón – son seres peligrosos, los peatones, nunca puedes prever lo que hacen, de repente se paran, se dan la vuelta, se echan para atrás, y si no estás pendiente puedes correr un gran riesgo, y ya le estaba muy cerca, en fin, que intenté buscar el timbre con los dedos, como siempre, y normalmente el timbre está ahí, a un toque de dedo adelante, un pelín hacia la izquierda. Y no, ¡no estaba!

Esquivé al peatón (sin ahorrarle el merecido grito: “HEY, QUÉ VAS POR EL CARRIL BICIIIIIII” bien gritado a pulmones llenos cuando estaba a unos treinta centímetros nomás detrás de su espalda, y él que iba sumergido en sus pensamientos de peatón y ni se había dado cuenta de mi presencia, se asustó que es un placer) seguí por mi camino y pensé: por dios qué mal estoy, se ve que empiezan a aparecer las primeras señales de desequilibrio, como puede ser que ya no reconozco la fisionomía de mi bici, ¡mi bici! Que no es solo una bicicleta, pues es mi medio de transporte, mi compañera de aventuras y una parte de mi propia identidad (es como la trinidad, vamos).

Me paré y ahí es cuando me di cuenta: el timbre brillaba por su ausencia. Una transparencia negra ocupaba su lugar. No hay timbre, nada de timbre, el timbre no está. Olvídate. Res. Un bel niente. Malditos, ¡me han robado el timbre!

Ahora, a parte la pregunta “¿por qué mi timbre, para qué ESE timbre?” que puede tener mil respuestas y ninguna, lo que de verdad me da pena y preocupación es la incógnita de donde estará ahora mi timbre, con quién.
A ver, ese timbre ha vivido una vida intensa: ha participado a más que alguna manifestación echando su canto heroico en contra de los coches, ha probado el escalofrío de atravesar Barcelona desde el Forum hasta el Raval en 25 minutos netos (dos veces por semana), ha petrificado con su potente sonido a miles de peatones que pretendían interrumpir su camino (sus víctimas preferidas, las señoras pijas) en fin, ha tenido muchas experiencias, y varias cosas para contar con esa voz.

¿Dónde estará ahora mi timbre, con quién? ¿Qué le harán hacer, a dónde lo llevarán? ¿Le garantizarán la misma calidad de vida a la que estaba acostumbrado? ¿No lo convertirán en un pobre timbre silencioso enganchado a alguna miserable bicicleta de ruedas desinfladas abandonada en algún oscuro sótano?

No tengo respuestas para eso, sólo puedo tener esperanzas. Y dejarle aquí mi mensaje de despedida, deseando que mi timbre, sea donde sea, lo perciba.

Nunca nos olvidaremos de ti, ¡compañero!

martedì 7 dicembre 2010

Lunedí 6 Dicembre

È festa.
Dormo fino a tardi.

Fino a quando il sole, che penetra il vetro spesso della finestra, soffice, mi apre gli occhi. Pantoufle e Léon ronfano al mio fianco. Al movimento impercettibile del mio corpo appena sveglio raddrizzano le orecchie, si stiracchiano, sbadigliano e mi si sdraiano addosso per la loro dose di coccole mattutine.

Mi alzo senza fretta, spalanco la finestra. Respiro. Lascio che tutta l’aria del mondo entri nei miei polmoni. Un tepore commovente abbraccia Barcellona. Ieri faceva freddissimo. Rimango qualche minuto affacciata con gli occhi socchiusi a lasciare che il sole mi sfiori la pelle, ad assaporare, grata, questo miracolo.

Durante il lento trascorrere della giornata una sensazione di domenica regalata avvolge me, i gatti e la casa come un’aurea magica.
Esco a camminare e sono le sei del pomeriggio, è giá buio.
È uno di quiei giorni in cui tutto si srotola come un tappeto rosso al mio passaggio.

È il giorno in cui, vagabondando per le stradine della cittá vecchia, incrocio la signora a passeggio coi cani, che la seguono distrattamente, senza guinzaglio, intenti ad annusare ogni pochi passi il ciottolato umido, mentre lei li chiama, tranquilla: “dai, torniamo a casa, torniamo a casa, vecchietti”;
è il giorno in cui vedo il papá accoccolato accanto alla figlia, lui che le parla dolcemente all’orecchio spiegandole con un sorriso qualcosa che io non posso sentire, che le accarezza con una mano la chioma di riccioli neri, mentre gli occhioni della bambina brillano, completamente catturati dalle lucine intermittenti del negozio di cioccolatini;
è il giorno in cui la ragazza con la chitarra, seduta sui gradini di Santa Maria del Mar, inizia a suonare, proprio mentre le passo davanti, una vecchia canzone italiana che mi riporta di colpo a un’estate di dieci anni fa; un’ondata terribile di nostalgia mi si fa spazio nelle vene, e io la lascio arrivare, gonfiarsi, rompersi, dilagare dentro di me, straripare, inondarmi di dolore e piacere e ritirarsi di nuovo verso l’oceano dei ricordi;
è il giorno in cui la macchina si ferma per farmi passare, e l’uomo alla guida mi fa un cenno gentile con la mano;
è il giorno in cui il semaforo pedonale diventa verde proprio mentre mi avvicino alle strisce;
è il giorno in cui il ragazzo che passa in bicicletta mi fa un sorriso.

Vista dalla Rambla del Raval, laggiú in fondo appesa nel cielo nero, nel bel mezzo dell’oscuritá, la cattedrale del Tibidabo si mostra nitida e luminosa.

Oggi, lunedí 6 dicembre, è Natale, è l’Epifania, è il giorno in cui mi sento parte di questa cittá, di questo mondo, dell’aria che respiro.

Domani tutto tornerá come prima, ma oggi mi arrendo, alzo bandiera bianca, mi lascio andare. Oggi è il giorno in cui smetto di lottare, è il giorno in cui depongo le armi, in cui smetto di nuotare controcorrente e mi abbandono, senza opporre resistenza mi lascio trasportare dal flusso della vita, galleggiando, appagata, serena: anche solo per un giorno: felice.

giovedì 4 novembre 2010

Deliri di una settimana di influenza.

A me fa male il fegato.

Siamo giovani. Abbiamo tutto l’indispensabile. Abbiamo la vita dalla nostra parte.
De nuestro lado tenemos la vida y nuestras benditas, malditas inquietudes.

Aún no hemos cometido demasiados errores, o forse non troppi errori troppo importanti.
Aún estamos a tiempo: aún no hemos fracasado.

Sappiamo, perchè l’abbiamo provato sulla nostra pelle, di possedere una forza sovrumana.
Non ci era sembrato, in un qualche momento ormai scaraventato nel passato, di tenere ben stretto nel pugno alzato del nostro braccio il filo rosso del destino? Ricordi quella sensazione?

Yo sí, yo recuerdo.

¿Qué ha pasado, después?
¿Porqué lo hemos olvidado?
Hemos tenido miedo. El miedo nos ha parado.

Lo peor que nos pueda pasar es la muerte. Pero ella ya está de camino y llegará de cualquier manera, algún día que será igualmente demasiado pronto.
Che sará comunque troppo presto.

Possiamo permetterci il lusso di vivere, prima di morire.

Lo tenemos todo: piernas, ojos y cerebro. Abbiamo tutto l’indispensabile.
Non possiamo cadere, e se cadessimo, sappiamo che avremmo qualcuno disposto a venire a prenderci. A levantarnos.
Non abbiamo niente da perdere: non possiamo perdere: di fatto, abbiamo giá vinto.

La libertad está ahi a un paso de nosotros, appetitosa e proibita come la mela del peccato, pidiéndonos desesperadamente que vayamos a agarrarla.

¿Entonces porqué dejamos que nos dominen este pavor paralizante, este terror a desplegar las alas?

martedì 5 ottobre 2010

Benvenuto, Autunno.

Avevo sei, sette, otto anni: il cielo d’estate era di un blu cosí intenso che non mi ci stava tutto negli occhi, nonostante io spingessi lo sguardo con tutte le mie forze, per farcelo entrare.
Di sera poi, l’aria fresca era bombardata di stelline volanti: migliaia di lucciole a rendere magico ogni momento di gioco nella Via Videtti.

Ogni volta l’arrivo dell’autunno mi coglieva di sorpresa, impreparata, indifesa. E mi infuriavo e mi disperavo nell’assistere all’appassire inesorabile della mia stagione preferita, dei mesi della spensieratezza, delle canotte e dei pomeriggi in piscina.

Crescendo, la rabbia si fu trasformando in nostalgia, e le lucciole tornarono sempre meno numerose fino a scomparire del tutto. Eppure non riuscii mai ad accettare serenamente la ciclica morte dell’estate.

Fino a quest’anno.

L’estate è per i vincenti.
L’estate è per le persone ad alto contrasto: i mezzi toni non si accettano, non sono considerati, sono eliminati.
L’estate di Barcellona, poi, è una notte di San Silvestro lunga tre mesi, in cui ognuno si sente moralmente obbligato a fare qualcosa di stratosferico. Tutti i giorni, tutte le notti. Tre mesi.

La mia estate è trascorsa senza troppa convinzione, senza troppo impegno, come un lungo pomeriggio di domenica passato guardando un film noioso.

E mi sorprende scoprirmi, per la prima volta nella mia vita, comoda e confortevole avvolta dalle prime carezze dell’autunno.

Quest’autunno malinconico, dolce, coccolone, colmo di pigrizia e di grosse tazze di caffelatte a metá mattina. Un autunno senza aspettative, che non pretende di essere il protagonista, che non promette niente e per questo non puó deludere. Un autunno trasparente come lo sbuffo del vento che mi sorprende sul lungomare del Forum e quasi mi fa perdere l’equilibrio mentre arrivo in bici al lavoro, tardi anche oggi. Un autunno che si sporge tra le pieghe delle sciarpette di seta che le ragazze indossano per uscire a fare shopping lungo Rambla Catalunya, che si affaccia dalle finestre giá chiuse del Poble Nou, che si lascia intravedere tra le foglie degli alberi della Diagonal, ancora verdi, ma che sanno giá di declino.

Un autunno acciaccato come la schiena curva di una vecchia, le mani rugose di chi non è mai stato fermo, il volto delicato di luce, gli occhi sorridenti di chi non si preoccupa piú, ormai, di fare progetti per il futuro.

Un autunno che non sta in attesa, che non ci crede piú, che non gli interessa nemmeno.

Tirare fuori i calzini di cotone e il pull-over. Comprare un barattolo di miele per il te al gelsomino del pomeriggio. L’uva. La prima copertina di pile appoggiata distrattamente sopra le lenzuola. La pioggia. Monotona, ritmica.
Accettare i propri limiti, accettare che siamo umani e imperfetti, che possiamo crollare, che non siamo invincibili. Che siamo soli.

L’estate è una stagione sfacciata e gradassa, opulenta, superba. Presuntuosa e arrogante.

Io ringrazio l’arrivo dell’autunno e lo benedico, autunno morbido e paziente, grigio e silenzioso, autunno profumato di fine, autunno che mi abbraccia, che mi culla, che mi consola.

lunedì 23 agosto 2010

Estudio de Mercado: un nombre guay para un grupo guay. Actualización.

Recién descubro - en realidad, creo que ya lo sabía pero no a nivel conciente, como cuando lees algo en un cartel, pasando de prisa por una calle o subiendo las escaleras del metro, y luego sabes que lo sabes pero no sabes como lo sabes. Eso, más o menos - que ya existe un grupo que se llama Ibuprofeno. Más bien, Ibuprofeno Project. Son de Barcelona, llevan ya unos tres añitos buenos tocando, y suenan muy, pero que muy bien!

Disfrutamos de su música mestiza el pasado viernes en las fiestas de Gracia. En Carrer la Perla, con una (dos, tres...) cerveza de 1euro50 en la mano (ni un centimo más, ni un centimo menos)

Aquí va el link a su myspace: http://www.myspace.com/ibuprofenoproject

Y bueno eso me alegra que no veas porque demuestra que a mi estudio de mercado se le iba la pinza, es verdad, pero al fin y al cabo, no estaba tan tan taaaaan tirado por los pelos. ; )

Enjoy!

martedì 3 agosto 2010

Estudio de Mercado: un nombre guay para un grupo guay.

Todos sabemos que el nombre de un grupo es su tarjeta de visita, su primera impresión, su presentación en síntesis.
Un nombre acertado tiene que tener algún significado, mejor si relacionado con una característica del grupo, tiene que ser lo suficientemente rebuscado para llamar la atención, pero no demasiado largo para que la gente no se aburra antes de terminar de escucharlo todo, tiene que ser simple de pronunciar y también bastante original como para sacarle una sonrisa a quien lo escucha o por lo menos suscitar un mínimo de interés hacia el grupo.

Consciente de que encontrar el nombre perfecto para un grupo es simplemente una utopia, he decidido efectuar un verdadero estudio de mercado, investigando entre los grupos de los más variados estilos y proveniencias que ocupan las escenas locales, nacionales e internacionales (incluso algún gran clásico), y analizando las entrañas de los significados y significantes de las palabras o expresiones que van a formar sus respectivos nombres. Y como si fuera poco, a partir de esta compleja investigación he propuesto un nombre de grupo por cada uno de los ejemplos analizados.

Aquí va el report de mi trabajo, dedicado con mucho amor a los que yo siempre seguiré llamando “Roberta y los caciottinis”.

1) Nombre compuesto o expresión que recuerda una anécdota, un hecho curioso realmente sucedido o una leyenda metropolitana.
- Ejemplo de grupo analizado: La oreja de Van Gogh.
- Nombres propuestos: El Cabezazo de Zidane;
La Nariz de Kate;
Los fondos públicos de Millet.

2) Nombres de animales/insectos.
- Ejemplo: Els Gossos; The Beatles.
- Nombres propuestos: Los Pajaritos;
Els vermets.

3) Nombre de un personaje secundario de alguna peli o serie mítica.
- Ejemplo: Delorean; Vetusta Morla; I Meganoidi (ita)
- Nombres propuestos: Excuse-man;
Los Piticlis.

4) Nombre compuesto por el nombre de un personaje famoso, histórico o mitológico ejemplo universal de belleza y bondad + personaje famoso, histórico o mitológico ejemplo de suma maldad.
- Ejemplo: Marilyn Manson.
- Nombre propuesto: Biancaneve e il Nano (admito que esto es quizás demasiado sutil y probablemente lo entenderán solo los italianos, pero me felicito a mi misma por la genialidad)

5) Nombre de un medicamento.
- Ejemplo: The Placebo; Prozac + (ita)
- Nombre propuesto: Los Ibuprofenos.
- Advertencia: aconsejo vivamente no utilizar nombres de laxantes.

6) Nombre de alguna especialidad eno-gastronómica local.
- Ejemplo: Negramaro (ita)
- Nombres propuestos: Els tempranillos del Penedès;
I brutti e buoni (esto va por la ciudad de origen de la front-woman –y mía)

7) Nombre compuesto o expresión que indica la pasión de los componentes del grupo por alguna actividad en especial.
- Ejemplo: Els amics de les Arts.
- Nombres propuestos: Els amants del aparcament sota de casa;
Els que els agrada colar-se al sidecar.
- Advertencia: también es válido el contrario: Els enemics de les hores extra.

8) Nombre que indica una actividad o trabajo.
- Ejemplo: The Pet Shop Boys.
- Nombres propuestos: Los Mileuristas;
Los Parados.

09) Nombre compuesto o expresión que indica que los componentes del grupo son muy, pero muy muy buenos en algo, los números uno vamos.
- Ejemplo: Los Heroes del Silencio; The Kings of Convenience.
- Nombre propuesto: Los Señores de la Xibeca.

10) Nombre común de una persona cualquiera, que suscitará curiosidad y preguntas como “¿será la madre/el padre/la novia/el amante/el hermano/el amor imposible/la vecina/el profe/la abuela de uno de ellos?”
- Ejemplo: Antònia Font; Manel
- Nombre propuesto: La Pao (por lo menos cuando os pregunten que quién es, podréis decir que es la que le encontró el nombre al grupo!)

sabato 19 giugno 2010

De hombres y pajas mentales

Desde la ventana entreabierta sopla un hilo de aire limpio, aire frío y ligero de una mañana de mayo.
Es sábado, el único día de la semana sin pensamientos feos, sin malos rollos, sin responsabilidades, sin despertarse de golpe con el ruido amenazante de la alarma, sin tener que pensar en que mañana hay que volver al trabajo.
Es sábado y entre mis sábanas está tu cuerpo desnudo, tu piel suave de niño y tu pelo que dejas crecer sin forma, sin reglas, como los céspedes del bosque, y tus ojos escondidos, cerrados por el sueño, que yo igualmente imagino, que yo igualmente recuerdo abiertos y tan verdes, tan verdes.

Te despiertas con el olor del café, creo, o con el ruido de la ducha.
Me asomo con mi sonrisa de gata y te veo ahí, sentado en el medio de la cama, todavía desnudo, con la cara de quien acaba de ver un fantasma. Ya me lo huelo.
-¿todo bien?
-si… bueno es que… es que… bueno… no sé… quizás tendría que decirte algo…


Y así es como empieza, siempre, cada vez.
Va cambiando la persona que está del otro lado de mis ojos, que me mira con la mirada del sufrimiento y me intenta explicar cosas que ni siquiera sabe, que me ofrece el mismo monólogo que ya antes me ofrecieron varios otros representantes de diferente nacionalidad, extracción socio-cultural, edad, religión.

Es como si yo fuera la directora de una obra de teatro y estuviera eligiendo el mejor intérprete del papel del protagonista de mi pieza. El “patético”. Y delante de mí pasan los candidatos, y pasan y pasan, y repiten las mismas palabras y los mismos gestos y las mismas expresiones de pena, y las mismas ridículas excusas.

¿A quién elegiré? Al que “acabo de salir de una relación importante”? Al que “quizás me voy a vivir a otro lado”? Al que “ni contigo ni sin ti”? Al que “no me quiero comprometer”? Al que “no estoy preparado para una relación”?

Perdona, has dicho exactamente: “No estoy preparado para una relación”?
No sé si recuerdas que nos conocimos hace dos semanas y nos hemos visto tres veces, de las cuales dos hemos tenido sexo, la primera vez malo sin remedio y la segunda vez malo con alguna esperanza de mejora.

De verdad, de verdad tú crees que yo sé lo que quiero, (y por supuesto que lo que quiero eres tú), que estoy preparada para una relación (contigo), que me quiero comprometer, y sobretodo, estás tan seguro de que al contrario tuyo yo no tengo un pasado, no tengo experiencias que me han dejado hecha una mierda, que me han hecho más dura?
De verdad crees que por haber estado contigo tres veces, de las cuales dos hemos tenido sexo (la primera vez malo sin remedio y la segunda malo con alguna esperanza de mejora) yo quiera pasar el resto de mi vida contigo, días y noches, sin hacer nada sin ti, sin tener ningún otro interés fuera que tú?

No te parece que estás siendo un poquito egocéntrico? Que al revés de lo que dices, eres tú el que corre demasiado con la imaginación, eres tú el que se toma enseguida las cosas en serio?

No te parece que sería mejor para los dos que te relajaras un poco, que te dejaras de joder y que invirtieras las energías que gastas en pajas mentales para hacerme gritar en la cama?

giovedì 20 maggio 2010

Elogio de la Locura

En medio de tanto “artista”, de tanta gente que se toma tan en serio (¡ABURRIDOS!), la presencia sobre esta Tierra de Joan Miquel Oliver me da consuelo, alegría y esperanza.

Joan Miquel Oliver es un músico, un poeta, un malabarista, un loco.

Es una de esas personas (pocas, ¡demasiado pocas!) que aún creen en la importancia de la Palabra, que aún respetan y trabajan al servicio de la Palabra, que aún alimentan la Magia de la Palabra.

Joan Miquel Oliver no escribe siempre y solo de amor (aunque escribe siempre con amor), y cuando lo hace, lo hace desde una perspectiva diferente, inesperada. Sus letras, que hablan de los temas menos trascendentales que existan, parecen más bien un juego, y qué bien lo tiene que pasar escribiendo ("Què divertit lo que escric quan estic avorrit", dice en Wa Yea! de Antònia Font.)

Es uno de esos autores que me confirman que para hacer poesia no hay que estar necesariamente tristes, deprimidos, desesperados.
Que me demuestran (¡tan claro, tan evidente!) que para hacer poesia, contrapoesia, poesia alternativa, poesia subversiva, no hace falta masacrar la gramática y violentar el Idioma, no hay porque cagarse en todo o empaparse de vulgaridad.

Ese lenguaje tan simple que resulta refinado, esta gentileza, esta delicadeza suyas (dones inexplicablemente subestimados, ¿porqué?), su subrealismo impresionante, casi ingenuo a veces pero genial a la vez, esta gracia, este sentido del humor, esta ironía, ¡qué maravilla!

Si las pupilas se me dilatan al escuchar Lego, con Pallasso me estremezco. Si la respiración se me corta al empezar de Marcianet de Mart, el ritmo cardíaco se hace irregular en Foto. Siento un temblor por todo el cuerpo al final de Somiers, y finalmente, después de Ryanair, de Sa nuvia morta, de Jo diría "Cine", advierto como un escalofrío, una vibración, una pulsación caliente entre los pliegues de mi cerebro, como un orgasmo.

Un orgasmo cerebral.




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Ai, las! Sa vida és un principi, un nus i un desenllaç.


(pd: qué mal me sabe no ser capaz de escribir este artículo en Catalán, o mejor aún en Mallorquí.)

sabato 17 aprile 2010

E poi la notte finí di colpo, come finisce la musica quando vorremmo che durasse per sempre.
Come finiscono le cose belle, all’improvviso, lasciandoci sconcertati.
Le cose brutte finiscono, anche, ma piú poco a poco, con esasperata lentezza, non fosse che ci dimentichiamo di loro.

La notte finí di colpo mentre camminavamo sul ciottolato del Barrio Gotico, il tuo braccio intrecciato nel mio, due puntini di luce nel nero pece della cittá.

La notte finí e te ne andavi, e io non volevo.
Te ne andavi a casa, e io non ne capivo il senso. Io che non ho niente che possa chiamare casa, mi sentivo a casa proprio lí, sul ciottolato del Barrio Gotico, col tuo braccio intrecciato nel mio e il tuo sorriso trasparente.

Avessi avuto un po’ piú di coraggio ti avrei detto: Non te ne andare.
Ti avrei detto: Resta qui con me, col tuo braccio intrecciato nel mio, o se vuoi portami via con te.
Ti avrei detto: Andiamo in spiaggia adesso che il sole sorge, possiamo pucciare i piedi nell’acqua come fanno i gatti e lanciare gridolini per il freddo. Possiamo fare il bagno vestite.
Possiamo prendere uno zaino e scendere in strada, per il mondo, e vedere tutte le porte della vita aprirsi per noi, tutti i cammini possibili srotolarsi come tappeti rossi al nostro passaggio.
Ti avrei detto: Non te ne andare.

E invece non ce l’avevo, un po’ piú di coraggio.
Non avevo coraggio e rimasi zitta, e tu mi abbracciasti e io ti strinsi un po’ piú forte del normale, e nascosi il viso sulla tua pelle bianca, nell’incavo del collo, e la tua mano si appoggió sulla mia nuca. Allora cercai di dirti tutte quelle cose che ti avrei detto senza parlare, trasmettendotele attraverso il contatto del mio corpo con il tuo corpo, per osmosi. E forse ci riuscii perchè dopo chissá quante ore ti staccasti da me e mi guardasti, e nei tuoi occhi lessi una domanda: Davvero?

E ti dissi: Sí.
Sí, cosa?
Sí, davvero.
Sí davvero, cosa?
Niente.
Sei pazza.
Lo so.

E ridesti. E l’oceano intero si fece spazio nella mia anima.

E allora te ne andasti a casa, obbligandomi a mia volta a tornare alla mia non-casa.
Stava rischiarando e l’aria era fresca e sorrisi al vento, in questa primavera che tardava ad arrivare.


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È rassicurante come l’abbraccio caldo di una madre dopo aver pianto
La certezza che esisti, e che sei viva
E che sei carne e pelle e capelli
E voce
E silenzi
E fiato.

mercoledì 14 aprile 2010

Il caffé.

Mi sono messa a dieta.

Via il cioccolato, l’unica cosa al mondo che ancora riesce a farmi perdere il controllo, via anche quando ho il ciclo o quando non faccio sesso per piú di tre settimane consecutive e mi sbranerei l’intera fabbrica di Willy Wonka.

Via.

Via i fritti, che tanto non mi sono mai piaciuti. Li evito con piacere.

Via tutto quello che fa male.
Tutto, ma il caffé, non ce la faccio.

Il caffé, no.

Non sono in stato di dipendenza da nessuna droga, sostanza alcolica, persona o divinitá.
Non mi interessa bere fino al coma etilico “perchè è cosí che ci si diverte”. Se mi capita di fare uso di qualche sostanza è per curiositá e non per necessitá.
Non mi interessa il dio barbuto dei cristiani, che tira a sorte chi punire seduto alla sua bella scrivania bianca. Non mi interessa la chiesa cattolica, nè nessun’altra istituzione religiosa mondialmente riconosciuta. Nessuna setta new-age del cazzo, nè satana, e men che meno il governo.

Via l’alcol, dio e la politica.

Non ho una guida spirituale, un idolo, un maestro, un esempio a seguire.

Non credo piú nel lieto fine, nella giustizia che trionfa, nel vedrai che il tempo sistema le cose, nel vissero tutti felici e contenti. Figuriamoci poi se credo nella gran stronzata del lavoro-nobilita-l’uomo.
Via le sciocche belle illusioni.

Non mi fido piú dell’amore.
Non mi fido piú dei valori sani e dei sani principi.
Non mi fido piú delle buone intenzioni.
Della morale, non mi sono mai fidata.

Gli intellettuali mi stanno sul cazzo, come mi stanno sul cazzo gli artisti e quelli che sbandierano a destra e a manca la propria sbalorditiva cultura musicale, cinematografica, letteraria. La cultura come strumento di divisione classista mi da il voltastomaco ancora piú dei soldi, che per lo meno servono a qualcosa, ad esempio a non farsi sbattere fuori di casa a fine mese.
E l’arte, che cos’è l’arte? L’arte non esiste. Sotto il suo travestimento ben riuscito da puttanella intrigante, si nascondono -secondo il caso- o l’incapacitá di stare al mondo o la sete di soldi-potere-gloria.
Via la cultura e via pure l’arte, via.

Non ho un cammino da compiere, una strada da percorrere, un obiettivo da portare a termine, un sogno da realizzare, uno scopo per cui lottare, una causa da onorare, una ragione per sperare.

Non seguo piú nemmeno il calcio.

Non – ho – niente – e – non – ho – nessuno.


Ho solo il caffé.

Non toglietemi il caffé.
Non chiedo altro.

sabato 3 aprile 2010

Descompresión (ahora sí, de verdad)

En los Caños de Meca no hay nada. Casi nada.
No hay nadie, o justo el número de personas suficientes para que no esté todo cerrado.
Intuyo que esto en verano tiene que ser insoportable, pero ahora es perfecto.

El pueblo (una calle) es feo y sin más interés, pero las playas son para quedarse sin respiro.

Paso mi tiempo leyendo, durmiendo, paseando.
Escribo algo, saco alguna foto. Sin estresarme.

Así pasan cuatro días.

Sábado a la mañana vuelvo para Málaga. Sólo hay un bus diario que conecta el pueblo a la carretera principal donde pasaría mi autobus (unos quince, veinte km). Y es a la una del mediodía, varias horas después del Cádiz-Málaga.

Me toca llamar un taxi. Y es mi mejor despedida: el taxista, un señor carabueno, barrigudo de pelo blanco y ojos celestes, me invita a un café con leche en el bareto de la parada, y se espera conmigo a que llegue el bus.



Gracias, Dios, o Madre Tierra, o Vida, o Casualidad: Gracias por el Profundo Zur.

Día dos todavía, por la noche.

Plaza de la Merced.

¡Qué hermosos son los gitanos!
Estas matronas inmensas, vestidas de flores, de pelo largo, negrísimo y grasiento.
Estos hombres bigotudos, estas caras arrugadas, estas pieles maltratadas por el sol y el viento del sur, estas sonrisas blancas a pesar del tabaco.
Esta felicidad de vivir, este gracias por ser vivos que se expresa a través de una guitarra, de unas voces, de unas manos, de unos piés.

¡Qué hermosos son los gitanos!

lunedì 29 marzo 2010

Descompresión.

Día uno.
Mi vuelta a Málaga, después de 7 años.
(bueno, había estado también hace un par de años, pero muy de paso, no vale)

Recuerdo cosas que me parecían olvidadas, pero no, estaban ahí, durmiendo en un rinconcito de mi cabeza.

Málaga huele diferente. Huele a glicina, a mar, a sucio, a abandono.
A libertad, a sur.
Málaga es diferente. La gente... esa gente!

Me cuesta un poco, al principio, orientarme, pero lentamente voy cogiendo confianza y empiezo a moverme siguiendo el instinto y los recuerdos.

A pesar de ser una ciudad, Málaga es super tranquila. Me doy un paseo por la playa de la Malagueta que, un domingo a la una del mediodía, está practicamente vacía.
Me paro a comer (una pedazo lubina a la brasa) en un chiringo de la playa, un chiringo como se debe, de los auténticos, con sillas de plástico azul desteñidas por la sal y camareros gordos sudando camisa, no al estilo fashion-new age-pijipi de Barcelona.

Notas negativas:
1) no sé como, pero seguro de la manera más tonta, he perdido la tapa del objetivo de mi cámara;
2) estoy achicharrada!

Domingo de ramos.
Hoy comiezan las procesiones de Semana Santa. Fallo de mi parte: no imaginaba que el festival gordo empezaría desde hoy, no me esperaba tanta movilización ciudadana (y aquí no tengo excusa, ya que conocí Málaga en su Feria de Agosto, y sabía muy bien que aquí las cosas o se hacen bien, o no se hacen).
Me dan una revista con horarios y recorrido de todos los desfiles. Para citar una de las muchísimas, mañana Lunes Santo, a las 17h saldrá de la Parroquia de los Santos Mártires la (coger aire) "REAL, MUY ILUSTRE ARCHICOFRADÍA DEL SANTÍSIMO SACRAMENTO Y VENERABLE HERMANDAD DE NAZARENOS DE NUESTRO PADRE JESÚS DE LA PASIÓN Y MARÍA SANTÍSIMA DEL AMOR DOLOROSO".

No hay ni una procesión en clave positiva, no sé, una Santísima Hermandad del Amor Feliz, Sonriente y Lleno de Vida, no. Todo es dolor, pena y angustia.

A la vuelta de mi paseo, sobre las 8 de la tarde, todo el mundo parece estar en la calle. Dónde está el tranquilo caos ordenado de Barcelona?!
Las calles están cortadas. La gente se ha llevado de casa sillas plegables -pero sin duda he visto más de una silla de las de madera de la cocina, e incluso alguna tumbona de playa- para disfrutar del desfile comodamente sentados (y para ocupar el sitio con antelación, que aquí las cosas se ponen serias)

La ciudad está paralizada, se me hace dificil caminar, y finalmente me quedo atrapada sin otra alternativa sino tomar un respiro muy hondo, "enyoguizarme" y esperar.
Esperar y observar: la gente va super arreglada para la ocasión. Los muchachos con traje de hombre demodé y el pelo engominado peinado hacia atrás; las shiquillas con una minifalda un poquito más corta y un maquillaje más llamativo (aún más llamativo) que de costumbre.

La cabeza de la procesión está formada por unos personajes vestidos con lo que se podría definir un burka blanco dotado de una capucha en forma cónica, larguísima y rígida. Parecen el Ku-Klux-Klan. Qué miedo.


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Día dos.
Me he comprado protección solar y manteca de Aloe Vera. Estoy de un color rojo fluorescente, y lo más ridículo es que tengo la marca de la camiseta, guiri total.

Hoy toca desfile de Ku-Klux-Klan en color violeta y rojo.

He comprado un ticket de Bus dirección Algeciras-Cádiz, sé que tendré que cambiar en un no mejor definido lugar llamado "el Cruce de Cunil". Expreso mis dudas a la mujerona que me atiende.
Pregunta: pero cuánto dista este lugar de los Caños?
Respuesta: eh que el tramo etxe lo hace otra compañía, yo no zé decitxe exahtamente cuantoh kilometroh hay. (imaginaros el acento andalú)
Pregunta: bueno, pero no exactamente, más o menos...
Respuesta: ni idea.
Pregunta: o sea, no es que llego ahí y me quedo tirada todo el día esperando la conexión?
Respuesta: Pueh, puede zé.

Bueno al final me lo he sacado igualmente, eso va a ser divertido.

Manuelita, shiquilla: ves, te he'cutxao: tiro pa los Caños.

giovedì 25 marzo 2010

Dichiarazione d'odio.

Ti amo e ti odio, Barcellona, ti odio e ti amo.
Ti amo perchè sei squallida e sozza e decadente.
Amo di te l’inopportuno, l’indecente, ció che cerchi di nascondere.
Ció che speri io non veda.
Il coagulo di sangue sulle mutandine bianche.

Ti amo per il tuo odore acre di strada senza uscita.
Ti amo, superba e triste come una diva del cinema muto.

Ti odio perchè sei indifferente e disumana, la Dea delle Vanitá.
Odio la tua bellezza appariscente, le tue forme sensuali,
il tuo sfacciato mostrarti a tutti, concederti a tutti, senza nessun pudore.
Ti odio perchè la tua dolce vita è una menzogna.
Ti amo e ti odio, Barcellona, ti odio e ti amo.
Ti odio e ti amo e non sarai mai mia.

Ti odio perchè non riesco a lasciarti,
perchè quando esco da te la tua mancanza mi annienta,
perchè da lontano ti sbircio e non ti vedo soffrire, ma ridere di me, splendida e glaciale.

venerdì 26 febbraio 2010

En equilibrio

Ultimamente me acompaña la constante sensación de estar a punto de morir.
No es pánico ni paranoia, es solo que me siento como suspendida en el aire en un equilibrio sutil, como flotando en una burbuja de jabón que puede explotar de un momento a otro.

Cada vez que voy en bici por la carretera, que paso un cruce un poco más rápido, que no paro al semaforo rojo, que tomo una curva a ultimo momento pienso: aquí está. Aquí es cuando aparece de la nada el coche que no había visto, aquí es donde me caigo, aquí es cuando se termina.

Luego, no pasa nada y yo aún no me he muerto y me siento casi una superviviente.

A pesar de eso, no tengo miedo de estar a punto de morir. Más bien, lo que noto es una cierta excitación, como si estuviera a cada rato desafiando los límites, como si estuviera diciendo: Eooo! Aquí estoy, ¿vas a venir a por mi o qué?

En realidad creo que mi percepción está algo alterada también por el hecho de que mi bici ya casi no tiene frenos, sus cambios no cambian, la rueda delantera es más lisa de la piel de un nene, en fin, que la niña es una gran luchadora y tiene más calle que yo, pero está cada día más destrozada.

Lo sé, tendría que llevarla a un taller para que me la cuiden un poco. Lo estoy desplazando de semana en semana porque presiento que me van a decir que me costaría más repararla toda que comprar una nueva, y aún no sé si estoy preparada para enfrentarme con la gran duda moral de qué voy a hacer en ese caso con mi compañera de guerrillas.





"Te diré que si por el momento no hay nada que temer, no se puede decir lo mismo del futuro, aunque personalmente yo tengo la sensación de ser inviolable".
(Ernesto Guevara de la Serna, Carta a la Madre, desde Guatemala, 20 de junio de 1954)

giovedì 25 febbraio 2010

È arrivata.

L’ho sentita l’altra notte.
Scendevo in bici lungo Paseo de San Juan, per tornare a casa dopo lezione, ed eccola: ho sentito il suo profumo fresco penetrarmi nelle narici e scendere giú fino alla gola. Come un pizzicore.

La Primavera.

L’inverno di Barcellona, quest’anno, è stato lungo e crudele. Giá agonizzante, una decina di giorni fa ha scagliato la sua ultima rappresaglia, investendo la cittá con un vento glaciale che mi ha portata al limite della follia. L´ha fatto per andarsene in pace, soddisfatto, sapendo che sarebbe stato ricordato per diverso tempo.

Ma nessuno scappa al ciclo della vita.
E anche Lui, cosí potente, si è dovuto rassegnare, e non ha potuto fare altro che assistere alla propria morte.

E io ero quella che saltava sulla sua lapide il giorno del funerale.

La Primavera non è ancora esplosa. È lí dietro l’angolo che si arrotola una ciocca di capelli attorno al dito, e si lascia guardare dai miei occhi golosi come una Lolita impertinente. Si sistema la gonnellina corta e ridacchia maliziosa, ubriacandomi di voglia.

Stamattina, all’arrivare al lavoro con la bici ho dovuto togliermi la sciarpa prima ancora di cercare parcheggio, perchè mi era venuto caldo pedalando lungo la Diagonal, da Monumental al Forum: quindici minuti a voler esagerare.
Il gesto distratto di sfilarmi la sciarpa mi è tornato in mente pochi minuti dopo, mentre salivo in ascensore fino al 13º piano, e quasi mi ha commossa.
Era da mesi che non mi succedeva.

Benvenuta, Primavera, con le tue mattine terse e il venticello fresco tra i miei capelli, con le barchette bianche lontane lontane sulla superficie blu del Mediterraneo, con i tuoi pomeriggi di chiringuitos e i tuoi vermut del sabato a mezzogiorno in Gracia. Benvenuta Primavera con i tuoi festival all’aperto, con le tue fiere di artigianato e il tuo mercato del Raval, con i tuoi pic nic di domenica nel parco della Ciutadella.

La Primavera è la stagione che tira fuori il tuo meglio, Barcellona.

E io la sento e ti vedo e vi mangio e vi divoro e sono felice.

martedì 19 gennaio 2010

El Paki

Adoro el Paki debajo de casa.
Es mi salvación. Cuando vuelvo por las noches, después de un cine, pensando en que no tengo ni idea de que cocinarme para el día siguiente, las luces del Paki me llaman desde lejos, y ya se me ocurren todas las soluciones posibles para apañar una comida digna.
Y los domingos por la mañana, cuando entreabro los ojos a las 12:30 y abro la nevera a las 12:31 y lo que veo es la nada en toda su potencia, la imagen del Paki se me materializa delante y ya sé que en pocos minutos voy a tener un desayuno de princesa.

Parece que esté abierto 24/7. Y parece que siempre esté el mismo chico atendiendo. Ahora que escribo me doy cuenta de que ni sé como se llama. Nunca nos hemos presentado, aunque lleve varios meses yendo a comprar ahí por lo menos una vez por semana, y siempre tenemos algo de que charlar.

Este chico es un encanto. Sin lugar a duda es bueno en su trabajo: tiene expresas dotes comerciales, y las maneras educadas y amables de los tiempos pasados. En su intento de castellano mete todo el esfuerzo posible para hacer sentir al cliente totalmente a gusto.

No sé si lo hace con todos los clientes asiduos (supongo que sí, aunque me gustaría que lo hiciera solo conmigo) pero cada vez me hace un descuento, enseñandome el precio original de algún producto para que me quede claro que me lo está cobrando menos caro. Incluso a veces me regala cosas. Un día una cajita de quesitos, de esos blandos para bebés o para que se derritan en las sopas de verduras. Me dijo tan sencillamente: te los regalo porque caducan en dos días, pero aún están buenos, los puedes aprovechar. Y yo encantada, vamos, como no los iba a aprovechar.
Una noche al vaciar la bolsa de la compra me encontré un chupa-chups de fresa. Ni me había enterado de que me lo había puesto dentro. ¡Qué bonito es!

Esta tarde pasó el hecho culminante por el cual decidí escribir sobre él.
Normalmente pago con tarjeta, lo que significa esperarme cada vez esos 10-15 minutos que tarda el aparato en encenderse y en activarse (y ahí es cuando charlamos) (ni idea del porque lo enciende y lo apaga cada vez).
Pues esta tarde dicho aparatito no funcionaba, así que le dije: ah…pero no llevo dinero… pues te dejo todo aquí, voy a sacar y vuelvo (hay una Caixa a dos cuadras) (bueno, es que hay una Caixa cada dos cuadras en Barcelona)

Y me dice: no, no, no te preocupes, llevate todo y mañana me pagas.
"Llévate-todo-y-mañana-me-pagas."
Insisto qué no. Insiste qué sí. Vale, digo, muchas gracias amigo. Y me voy.

Ahora, es obvio que voy a pagar, es obvio que él lo sabe y confía porque me ve siempre, pero este gesto al parecer pequeño me dejó impresionada.
Me hizo acordar de cuando era niña y por las mañanas antes de tomar el bus para el cole, entraba en lo de “la Valdina”, la panadera del pueblo: me llevaba algo para merendar, y lo dejaba para que lo pagase mi madre al día siguiente. Claro, aquello era un pueblo, es más, el barrio de un pueblo (una calle, básicamente)
Esta es Barcelona, una gran ciudad que cada vez más se está hundiendo en la indiferencia, en la desconfianza, en la alienación típicas de las grandes ciudades. (pese a mi amor desconfinado, tengo que admitirlo: Barcelona ya dejó de ser una ciudad a la medida del hombre)

Pues eso de “mañana me pagas” fue como una inyección de optimismo, me hizo bien al corazón, en fin me hizo pensar que todavía hay esperanza, ¡gente! que no está todo perdido, que aún se ven por ahí seres “humanos”.



.......



Adoro il Paki sotto casa. (“Paki”: negozietto-bottega di alimentari e dituttounpo' tipicamente gestito da Pakistani o Indiani, diffusissimo a Barcellona. Ha soppiantato il “Chino”, stesso concetto ma evidentemente diversa nazionalitá, nda).
È la mia salvezza. Quando torno di notte, dopo il cinema, pensando che non ho idea di cosa cucinare per il giorno dopo, le luci del Paki mi chiamano da lontano, e giá mi vengono in mente tutte le soluzioni possibili per rimediare un pranzo degno.
E la domenica mattina, quando apro gli occhi alle 12:30 e spalanco il frigo alle 12:31 e ció che vedo è il nulla in tutta la sua potenza, l’immagine del Paki mi si materializza davanti e so giá che in pochi minuti avró una colazione da principessa.

Sembra che resti aperto 24/7. E sembra che ci sia sempre lo stesso ragazzo a servire. Ora che scrivo mi rendo conto che nemmeno so come si chiama. Non ci siamo mai presentati, nonostante vada a fare la spesa da lui almeno una volta alla settimana, e abbiamo sempre qualcosa di cui chiacchierare.

Questo ragazzo è un gioiello. Senza dubbio è bravo nel suo lavoro: possiede espresse doti commerciali, e le maniere educate e gentili dei tempi passati. Nel suo tentativo di spagnolo mette tutto lo sforzo possibile per far sentire il cliente totalmente a suo agio.

Non so se lo fa con tutti i clienti assidui (suppongo di sí, anche se mi piacerebbe che lo facesse solo con me), ma ogni volta mi fa uno sconto, mostrandomi il prezzo originale del prodotto perchè mi sia chiaro che me lo sta facendo pagare meno. A volte poi mi regala qualcosa. Un giorno una confezione di formaggini, quelli molli per i bimbi o da sciogliere nei minestroni di verdure. Mi disse con tutta semplicitá: te li regalo perchè scadono tra due giorni, peró sono ancora buoni, li puoi usare. E io felicissima, ci mancherebbe che non li uso.
Una sera svuotando la borsa della spesa mi trovai un chupa-chups alla fragola. Non mi ero nemmeno accorta che me lo avesse messo dentro. Che carino!

Stasera è successo il fatto culminante per cui ho deciso di scrivere di lui.
Di solito pago con il bancomat, il che significa aspettare ogni volta quei 10-15 minuti necessari all’apparecchio per accendersi e attivarsi (qui è quando chiacchieriamo) (chissá perchè poi lo accende e lo spegne ogni volta).
Dunque, stasera tale apparecchietto non funzionava, quindi gli ho detto: ah... solo che non ho contanti… senti ti lascio tutto qui, vado a prelevare e torno (c’è una Caixa –la banca su cui ho il conto- a due isolati) (beh, in realtá c’è una Caixa ogni due isolati a Barcellona)

E lui mi dice: no, no, non ti preoccupare, portati via tutto e mi paghi domani.
"Portati-via-tutto-e-mi-paghi-domani."
Insisto di no. Insiste di sí. Ok, gli dico, grazie amico. E me ne vado.

Ora, è ovvio che torneró a pagare, è ovvio che lui lo sa e si fida perchè mi vede sempre, ma questo gesto che sembra cosí piccolo mi ha impressionata.
Mi ha fatto ricordare di quando ero bambina, e la mattina prima di andare a scuola passavo dalla “Valdina”, la panettiera del paese: prendevo qualcosa per la merenda e lo lasciavo sul conto di mia madre che lo avrebbe pagato il giorno dopo.
Chiaro, quello era un paesino, anzi, il rione di un paesino (una strada, fondamentalmente).
Questa è Barcellona, una grande cittá che ogni giorno di piú sta sprofondando nell’indifferenza, nella sfiducia, nell’alienazione tipiche delle grandi cittá. (malgrado il mio amore sconfinato, devo ammetterlo: Barcellona ha giá smesso di essere una cittá a misura d’uomo).

Ecco, quel “mi paghi domani” è stato come un'iniezione di ottimismo, mi ha fatto bene al cuore, insomma mi ha fatto pensare che c’è ancora speranza, gente! che non tutto è perduto, che ancora si vedono in giro esseri “umani”.

martedì 12 gennaio 2010

Facto Delafé, no.

È vero, come minimo Love of Lesbian e Astrud li ho scoperti grazie a te.
The Hives, invece, giá li conoscevo, ma è indubbio che dopo averne parlato ho iniziato ad ascoltarli con piú attenzione.
Seguivo con interesse i tuoi consigli musicali, che non erano esattamente consigli. In fatto di musica o di qualsiasi altro argomento, non ti sei mai eretto sul piedistallo del Sotuttoio, semplicemente buttavi lí la tua idea. Che poi si rivelava immancabilmente acuta, ingegnosa, di una sublime sottilezza.

Ma Facto Delafé, no.

Avevo ascoltato e per un breve momento amato Facto Delafé molto prima di conoscerti. Due anni prima, credo, quando sull’onda emozionale di una canzone ascoltata per caso avevo comprato la discografia intera (due CD). (sí, io sono uno di quegli animali rari che ancora comprano i CD, quando credono che l’artista ne valga la pena).
Invece, quasi subito ne ero rimasta delusa: esclusa qualche incontrastata perla, tutte le canzoni sembravano uguali. E avevo archiviato il caso, lasciando i CD a prendere polvere sullo scaffale.

Due anni dopo, in un’altra dimensione, in un’altra vita, parlando di tutt’altro, ti avevo sentito pronunciare un “perchè quando sono andato a vedere Facto Delafé...” e ti avevo interrotto, sbalordita, con una risata cinico-ironica (questo grande dono che avevamo in comune): “Maccome, Facto Delafé y las Flores Azules!? Come puó Lei ascoltare ció, mio Signore il Critico Musicale?!?”
E tu, un po’ sorpreso, avevi risposto con un mezzo sorriso timido e un’alzata di spalle: “Ah sí? Beh... Ma a me piacciono.” Con questa tua disarmante sicurezza, cosí naturale, cosí semplice, cosí virile. Lontana anni luce dall’arroganza.

Tu che fai la parte di te stesso, tu che stai comodo nei tuoi panni. Consapevole di non essere perfetto, e senza provare ad esserlo, tu che ti accetti senza boria e senza vergogna, senza nemmeno porti il problema, come fossi un dono.
Tu, nè piú nè meno.

La tua sicurezza naturale, senza affettazione, senza spavalderia. Senza artefazione. Come quella di un uomo primitivo, di un animale. Credo che fosse esattamente questa tua qualitá cosí pura e potente, cosí difficile da incontrare nelle persone, di cui io stessa non ho esperienza, ció che mi faceva pendere dalle tue labbra, che mi teneva soggiogata tanto da iniziare a chiedermi fino a che punto fosse lecito, fino a che punto non fosse pericoloso.

Giá conoscevo Facto Delafé, dunque.
Eppure adesso quei CD pieni di polvere sono inspiegabilmente impregnati del tuo ricordo, e ogni volta che ne ascolto per caso anche solo un frammento, la Nostalgia mi avvolge stretta e morbida come un cappotto di lana.


Succederá tra dieci anni.
Sará un sabato mattina di primavera, e starai guidando, in viaggio verso la Costa Brava, per un fine settimana di sole buono, relax e famiglia.
Sarai felice. L’autoradio passerá una canzone che non conosci, e incuriosito inizierai a prestare attenzione. Ti piacerá molto, e aspetterai che finisca con la speranza che lo speaker annunci il titolo, o per lo meno il nome del cantante.
E succederá: sgranerai gli occhi per la sorpresa allo scoprire che la canzone è dei Manel, l’unico gruppo che ti avevo convinto ad ascoltare, e che avevi definito noioso e patetico.

Allora guarderai accanto a te, tua moglie con il capo beatamente reclinato sul poggiatesta, gli occhi socchiusi, che si lascia accarezzare dal sole, e nello specchietto retrovisore, i tuoi figli ormai adolescenti, profondamente addormentati.

E finalmente, sorridendo, ti chiederai che fine ho fatto.


(Soundtrack: Joan Miquel Oliver, Ryanair)

...


(Lo siento, no lo puedo traducir al castellano. No me sale. Hay cosas que se pueden expresar solo en un idioma).

mercoledì 6 gennaio 2010

Hablando de reciclage (A proposito di riciclaggio)

Acabo de reciclar mi espacio en vez de abrir un nuevo blog y dejar que el viejo se pierda en el universo cibernético: me doy cuenta de que, quizás, ultimamente estoy un poco obsesionada con el tema del reciclage.

Por fin tengo debajo de casa un contenedor para los residuos orgánicos.
En mi casa reciclamos. Recien mudada, un día bajé a tirar la basura y di vueltas por media hora buscandolo: nada. En el radio de medio kilómetro alrededor de mi finca había cada especie de contenedor, para plástico, cristal, cartón, pilas, desperdicios tóxicos, escorias radiactivas, pero nada para el organico.

Le digo a Valeria: “Oye, pero donde lo tiráis vosotros, el orgánico?”
Me contesta: “En el contenedor normal.”
Lo flipo. “Como, ¿en el contenedor normal? ¿Y para qué estamos reciclando?”
“Bueno pero a mi me dijeron que luego en el basurero lo separan todo…”

Ay, las leyendas metropolitanas.

Sí, la obsesión por el reciclage.
Estoy intentando no usar más las bolsas de plástico del super: o me llevo una de tela, o meto lo que compro en mi bolso estilo Mary Poppins. Y cuando no me cabe todo, por lo menos trato de coger la mínima cantidad indispensable de bolsas de plástico.
Por ejemplo hoy, me fui corriendo a comprar cuatro cosas a la salida del trabajo: el chico de la caja me llena dos bolsas, y mientras esperamos a que el ticket de mi tarjeta se imprima, vacío una y se la devuelvo.
Toma, le digo, no me hace falta, con uno ya me vale. (sonrisa de niña buena)
Él me mira en plan “pero qué coño quiere esta de mi” y después de un silencio hostil me contesta: Vale.
Y tira la bolsa en su papelera.


......



Ho appena riciclato il mio spazio invece di aprire un blog nuovo e lasciare che il vecchio si perda nell’universo cibernetico: mi rendo conto che, forse, ultimamente sono un po’ ossessionata dal tema riciclaggio.

Finalmente ho sotto casa un cassonetto per la raccolta del biologico.
A casa mia si fa la raccolta differenziata. Appena trasferita, un giorno scesi a buttare la spazzatura e girai per mezz’ora cercandolo: niente. Nel raggio di mezzo chilometro intorno al mio condominio c’era ogni tipo di cassonetto, per la plastica, il vetro, il cartone, le pile, i rifiuti tossici, le scorie radioattive, ma niente per il biologico.

Dico a Valeria: “Senti, ma dove lo buttate voi, il biologico?”
Mi risponde: “Nel cassonetto normale.”
Mio immenso stupore. “Come, nel cassonetto normale? E allora perchè facciamo la raccolta differenziata?”
“Beh ma a me han detto che poi in discarica separano tutto...”

Ah, le leggende metropolitane.


Sí, l’ossessione per il riciclaggio.
Sto provando a non usare piú i sacchetti di plastica del supermercato: o me ne porto dietro uno di tela, o metto quello che compro nella mia borsa stile Mary Poppins. E quando non ci sta tutto, per lo meno cerco di prendere la minima quantitá indispensabile di sacchetti di plastica.
Per esempio oggi, sono andata un salto a comprare quattro cose dopo lavoro: il ragazzo alla cassa mi riempie due sacchetti, e mentre aspettiamo che si stampi la ricevuta della mia carta di credito, ne svuoto uno e glielo rendo.
Tieni, gli dico, non mi serve, me ne basta uno. (sorriso da brava bambina)
Lui mi guarda del tipo “ma che cazzo vuole questa da me” e dopo un silenzio ostile mi risponde: “Va bene”.
E butta il sacchetto nel cestino.

martedì 5 gennaio 2010

Addio, benvenuti. (Adiós, bienvenidos)

Desisto.
Non riesco a caricare gli altri video. Ho provato diverse volte: niente da fare.
Sará per la mia connessione che va ad intermittenza (proprio quando ho smesso di rubarla al vicino! a saperlo prima...), sará perchè il peso e il formato dei video non facilitano la missione, fatto sta che mi dichiaro sconfitta. Seba, maledetto, ti sei salvato! ;)

Dunque, oggi (a sette mesi dal mio ritorno, viva la puntualitá!) finisce ufficialmente il mio blog di viaggio.

Peró, pensavo l'altro giorno, perchè non approfittare di questo spazio cosí bellino in cui ho tutta la libertá di parlare... anche solo con me stessa?

Indi percui un'altra decisione è presa, e anche questa ufficiale: qui ed ora riparte il mio antico progetto (sí, quel blog che aprii qualche anno fa senza dare il link a nessuno perchè mi vergognavo)

“Catalunya is not Espein – disavventure di un’italiana a Barcellona”

In Italiano e in Spagnolo, oltretutto, mica si scherza!


Bene, che altro aggiungere? Vediamo come va, siate clementi e... Benvenuti!



...



Desisto.
No consigo cargar los otros videos. Lo he intentado varias veces: nada.
Será por mi conexión que va y viene (y eso que dejé de robarsela al vecino! Si lo sé antes...), será porque el peso y el formato de los videos tampoco facilitan la misión, total: me declaro vencida. Seba, maldito, te has salvado! ;)

Así que hoy (siete meses después de volver, vaya puntualidad!) termina oficialmente mi blog de viaje.

Pero, pensé el otro día, ¿porqué no aprovechar este espacio tan lindo en el que tengo toda la libertad de hablar... aunque sea conmigo misma?

Entonces otra decisión está tomada, y es oficial también: Aquí y ahora vuelve a empezar mi antiguo proyecto (sí, ese blog que abrí hace unos años sin darle la dirección a nadie porque me daba vergüenza)

"Catalunya is not Espein - desventuras de una italiana en Barcelona."

En italiano y en castellano, encima, nada de bromas!

Bueno, ¿qué más añadir? A ver qué tal, sean clementes y... ¡Bienvenidos!